TESTO DELLA PUNTATA
Trascrizione integrale
La trascrizione segue il parlato registrato. Punteggiatura e piccoli passaggi sintattici sono stati adattati alla lettura.
Sono Sergio Anastasia e questo è il secondo episodio del percorso dedicato ai cinque segnali che possono aiutarci a capire quando chiedere aiuto.
Nel primo abbiamo incontrato la durata, il dominio e il danno. Restano le ultime due D da scoprire assieme.
ECHOS, la psicologia della vita quotidiana, un podcast di Sergio Anastasia.
Allora, torniamo proprio al nostro amico manager. Allora, lui prepara una presentazione importante, su cui conosce ogni numero, ha verificato ogni passaggio, ha immaginato tutte le obiezioni del Consiglio di amministrazione. Durante la riunione con i grandi capi, però, uno di loro mette in discussione una scelta. Lui risponde bene, forse perfino meglio di quanto si aspettasse. Però torna a casa e continua a ripensare proprio a quella cavolo di domanda.
Il progetto, vabbè, sì, anche se è stato approvato, fa niente, perché la mente resta comunque agganciata a quel punto. È lì che non avrebbe voluto perdere il controllo della situazione.
E allora che cosa succede? Che il giorno dopo torna al lavoro e convoca il suo gruppo. Chiede a ciascuno dei membri, insomma, del suo staff una maggiore precisione. Introduce un passaggio di verifica e decide che alcune comunicazioni debbono assolutamente transitare da lui.
Il progetto così acquista maggiore controllo, ma ovviamente in questo perde probabilmente una parte importante di movimento. Perché i collaboratori più giovani poi finiscono per aspettare le sue indicazioni, mentre magari quelli più esperti cominciano a proteggere il proprio spazio, a sentirsi minacciati e quindi a cercare altrove. Lui alla fine vede un gruppo meno autonomo e trova conferma alla propria necessità di intervenire.
Il nostro amico imprenditore è una persona capace di rischiare. Ha costruito la propria posizione esponendosi, prendendo decisioni che altri rimandavano, assumendosi responsabilità. E soprattutto ha imparato che nei momenti difficili qualcuno deve tenere il punto. Però il problema arriva quando ogni momento in cui deve intervenire lui in prima persona diventa uno di quei momenti. Diventa la prassi.
Delegare lascia entrare invece una parte di imprevedibilità. Il collaboratore può sbagliare, può scegliere una strada diversa e addirittura ottenere un risultato differente, alle volte anche persino migliore. Con un buon meccanismo di delega il collaboratore può diventare autorevole, senza ricevere ogni volta un’investitura speciale, perché si sente riconosciuto dagli altri.
Il manager desidererebbe persone forti accanto a sé, perché la loro forza lascia intendere che ci sia un forte equilibrio su cui si è costruito il suo ruolo. Vorrebbe smettere di essere indispensabile, però poi sente il progetto allontanarsi dalle proprie mani e torna ogni volta inevitabilmente a occuparne il centro.
La stessa oscillazione può comparire la sera, quando chiude il computer, e il circuito rinizia dal punto in cui era partito.
Passiamo a un secondo esempio. Una donna ha costruito con cura la propria autonomia. Ha scelto il lavoro, gli amici, i luoghi dove vivere, dove abitare, dove passare le proprie giornate, le proprie serate. Sa stare sola e sa prendere decisioni. Poi succede che incontra una persona che le interessa davvero e, iniziando a frequentare questa persona, scopre che da una parte la sua vita prosegue esattamente come prima, ma dall’altra ha anche cominciato a dipendere da ciò che farà qualcun altro.
All’inizio magari c’è una distanza che piace, che piace a entrambi. Ognuno ha i propri spazi, nessuno invade la vita dell’altro. Ma poi cosa succede? Che un messaggio rimane senza risposta più a lungo del solito. Lei continua a lavorare, a fare le proprie cose, continua la propria giornata come se nulla fosse, parla con gli amici, esce la sera. Però ogni tanto con la mente ritorna a quel silenzio.
Che cosa succede? Che dentro di sé incomincia a domandarsi che cosa sia accaduto. Porre la domanda la esporrebbe a una risposta che non sa se vuole, che non sa se le piace. Quindi preferisce aspettare. Diventa più fredda, più distaccata, incomincia a ricordarsi dell’importanza delle proprie scelte, della propria autonomia. Poi succede che lui si fa vivo e lei che cosa fa? Risponde con la stessa distanza che ha avvertito. Adesso però sono in due a proteggersi da qualcosa che nessuno dei due ha avuto veramente il coraggio di nominare.
Alle volte succede che una persona tema di essere ferita e per questo smette di esporsi. Un’altra invece evita ogni discussione, chiama pace quello che nel tempo poi, in realtà, diventa silenzio.
C’è anche chi parla molto, spiega, chiarisce e anticipa ogni possibile equivoco. Il discorso però così occupa tutto lo spazio prima che l’altro riesca a trovare le proprie parole. La richiesta alla base di questo parlare, chiarire, anticipare spesso è una richiesta di sapere dove si trovi la relazione, quale valore abbia, che cosa realmente desideri l’altra persona. Però dentro la stessa richiesta, ripetuta decine di volte, in realtà può esserci il tentativo di ottenere una certezza che una relazione viva, vera, non può consegnare una volta per tutte.
Esporsi significa dire: questa cosa per me conta. Però da quel momento l’altro possiede un’informazione delicata, sa dove può raggiungerci, paradossalmente sa anche dove potrebbe ferirci.
Al lavoro l’esposizione riguarda un’idea, una decisione, una reputazione. Nell’amore riguarda la parte di noi che perde sicurezza proprio quando incontra qualcosa di importante. In entrambi i luoghi, però, può comparire la tentazione di governare la risposta dell’altro e il timore di perdere quelle certezze.
Quindi cosa succede? Che il manager prepara ogni passaggio perché il gruppo arrivi alla conclusione che lui ritiene giusta. E nella relazione invece succede che si sceglie il momento, il tono, perfino la distanza necessaria per provocare una reazione nell’altra persona. E qualche volta funziona: si ottiene il consenso, una rassicurazione, un gesto di vicinanza. Rimane però una domanda: l’altro sarebbe arrivato nello stesso punto se avesse avuto piena libertà di muoversi?
Quella libertà la desideriamo tutti, ma la temiamo tutti. E la possiamo trovare anche in una coppia che aspetta un figlio. Hanno desiderato quel bambino, leggono, chiedono, organizzano. Poi ogni controllo porta un’informazione diversa e apre una nuova attesa. Poi, nel frattempo, il corpo cambia, la relazione cambia, il futuro acquista improvvisamente un peso eccessivamente concreto.
Uno dei due spesso prende in mano l’organizzazione, ricorda le visite, sceglie che cosa bisogna acquistare, confronta opinioni, verifica. L’altro partecipa, però comincia poi a chiedersi che cosa esattamente debba fare. Ogni iniziativa che poi mette in atto sembra arrivare in ritardo oppure nel modo sbagliato. E naturalmente da lì scoppia un casino.
Nasce il conflitto, che spesso, frequentemente se non sempre, è attorno alle cose pratiche. Ma sotto c’è sicuramente molto altro: chi ha diritto di decidere, chi si sente già genitore, chi teme di essere lasciato ai margini e magari anche chi sente di portare da solo tutta la responsabilità.
Quindi l’amore per lo stesso figlio produce movimenti che sono opposti. Uno stringe, l’altro arretra; oppure, più uno stringe, più l’altro arretra. Poi ognuno finisce per incontrare nell’altro inevitabilmente ciò che esattamente temeva.
Dopo la nascita l’equilibrio può addirittura consolidarsi. Un genitore sa sempre che cosa occorre, interpreta il pianto, prepara, prevede, interviene. L’altro cerca un proprio modo, riceve delle correzioni o spesso invece, come frequentemente accade, si irrita e rinuncia. Chi tiene insieme tutto si sente abbandonato, chi viene corretto si sente escluso.
Poi ci mettiamo, ci aggiungiamo, che la stanchezza rende tutto questo ancor più netto. E quindi una banale dimenticanza diventa la prova che non ci si può fidare e una correzione diventa la prova che non ci sarà mai spazio per me. Il conflitto inizialmente riguarda il pannolino, l’orario, il modo in cui addormentiamo il bambino. Ma in realtà riguarda la trasformazione della coppia e il posto che ciascuno sta cercando dentro questa nuova famiglia.
Come abbiamo già detto, con i figli poi finisce che possiamo proteggerci dalla nostra paura, finendo per proteggere troppo loro. Accompagniamo, controlliamo, anticipiamo ogni ostacolo. Ci sembra che ci si stia prendendo cura della persona. Ma in realtà qualche volta stiamo chiedendo al figlio di non trovare niente che possa mettere in agitazione noi.
Quindi un bambino torna da scuola e racconta di essere stato escluso da un gioco. Cosa succede? Il genitore sente la ferita quasi prima di lui, fa domande, cerca responsabilità e pensa a chi chiamare. Ma quel bambino non ha bisogno di essere protetto. Sta cercando di capire che cosa sia accaduto. Forse domani tornerà a giocare con i compagni senza ricordare neppure quello che è successo.
Invece il genitore intanto ha già incontrato la propria esperienza di esclusione, il ricordo di quando nessuno interveniva, la promessa fatta molti anni prima di diventare un adulto diverso rispetto ai genitori. Quindi il presente del figlio e il passato del genitore entrano prepotentemente nella stessa stanza.
Lasciare uno spazio al figlio significa tollerare un tempo nel quale ignoriamo come andrà a finire, perché intervenire invece restituisce immediatamente una direzione.
La stessa cosa succede quando il figlio cresce, vuole fare qualcosa che il genitore considera rischioso, parte da solo, sceglie una scuola inattesa, frequenta persone che a casa convincono poco. Fino a quel momento l’amore del genitore si è espresso soprattutto attraverso la presenza. Adesso deve trovare una forma capace di sopportare la distanza e soprattutto la differenza, perché ogni cambiamento chiede di perdere una competenza che prima funzionava.
Spesso, tornando agli esempi della donna indipendente o del manager tuttofare, è proprio come abbiamo vissuto questo tipo di esperienze che influenza il nostro modo di agire nell’attualità. E torniamo ai nostri esempi. Il manager ha imparato a essere quello che decide, ma la crescita del gruppo che cosa fa? Gli chiede anche di diventare capace di essere quello che attende.
La donna di cui parlavamo prima ha imparato a bastare a se stessa, ma che cosa succede quando inizia una relazione? Che diventa importante imparare a tollerare il bisogno senza viverlo immediatamente come una perdita di autonomia. L’esempio della coppia. Si è trovato un equilibrio nel quale uno prevede e l’altro segue, però la crescita del figlio rende quell’equilibrio sempre meno sostenibile.
Purtroppo il cambiamento arriva senza essere stato scelto. Può avvenire una perdita, una separazione, oppure una trasformazione improvvisa o altrimenti prevedibile della vita. Che cosa succede quando c’è questa necessità di trasformarsi? Che il lavoro diventa il luogo nel quale continuiamo a riconoscerci, perché ci sono compiti, scadenze, persone che ci cercano, ci sono problemi ai quali sappiamo rispondere. Si può lavorare moltissimo e produrre cose importanti, perché il movimento sostiene, organizza, dà un senso alle giornate.
Poi arriva una sera libera, un fine settimana senza impegni, una stanza nella quale nessuno chiede niente, e compare ciò che durante il giorno aveva trovato poco spazio. E che cosa succede? Si torna a lavorare, perché il lavoro rimane vero, rimangono veri i risultati, la creatività, il piacere, la responsabilità; anche il bisogno di continuare senza fermarsi è vero.
Sì, le persone più capaci riescono spesso a costruire protezioni molto efficaci. Usano qualità reali come l’intelligenza, l’autonomia, la responsabilità, la capacità di prevedere, la disponibilità verso gli altri, e la vita le premia proprio per queste loro specifiche caratteristiche. Però questo premio rischia di diventare una trappola.
Decidere protegge dall’attesa. Controllare protegge dalla sorpresa. Essere indispensabili protegge dalla possibilità di essere sostituiti. Bastare a se stessi protegge dal bisogno. Occuparsi di tutti e di tutto protegge dall’esperienza di non poter salvare chi amiamo. Continuare a fare protegge da ciò che potrebbe arrivare fermandoci.
Sono tutte forme d’amore per il lavoro, per una persona, per un figlio, per la vita che abbiamo costruito. Però dentro quell’amore si apre un conflitto: conservare ciò che conosciamo oppure lasciare che qualcosa cambi, accettando però di perdere quella posizione nella quale ci siamo sentiti protetti fino a quel momento.
Questa era la quarta D: difesa. E la domanda in questo caso riguarda ciò che il nostro modo di guidare e di agire sta realmente proteggendo. La domanda quindi diventa, anzi, le domande.
Quale parte serve ancora alle persone e all’organizzazione del lavoro e della famiglia?
Quale parte serve soprattutto a proteggerci dalla possibilità di diventare meno centrali, meno necessari o più esposti al giudizio?
Una persona cambia azienda perché si sente sfruttata. Nella precedente esperienza rispondeva a ogni ora, recuperava il lavoro lasciato indietro dagli altri, accettava gli incarichi anche quando sapeva di avere già superato il proprio limite. Insomma, faceva tutto quello che fanno le persone estremamente diligenti. Per molto tempo aveva magari anche considerato quella disponibilità una qualità, anche perché i colleghi la cercavano e i capi affidavano a lei i problemi più delicati e, naturalmente, i risultati arrivavano. Però insieme ai risultati cresce anche la rabbia, una rabbia che poi diventa anche difficile, se vogliamo, da esprimere.
Quando questa persona finalmente se ne va, sceglie un'azienda diversa. Magari va a lavorare in un'azienda dove il ruolo è migliore e la direzione sembra più attenta, le responsabilità sono definite con maggior chiarezza. Ovviamente, nei primi mesi fa di tutto per evitare gli errori del passato. Decide che proteggerà sicuramente il proprio tempo e che parlerà appena avvertirà uno squilibrio. Però poi succede che un collega le chiede una mano e lei accetta. Il responsabile le affida un progetto urgente perché sa che su di lei ci si può contare, e accetta anche quello. Una sera rimane in ufficio per correggere il lavoro di una persona meno esperta e, dopo un po', è inutile che dica quale sia il finale, perché ce lo immaginiamo un po' tutti.
Ora, dopo qualche mese da questo cambio professionale, lei è andata a lavorare in un'azienda in cui il capo è diverso, l'ufficio è diverso e anche le condizioni contrattuali sono cambiate, magari sono anche più generose. La sua posizione nella storia, però, è esattamente la stessa di quella precedente. Quindi questa persona, dal di dentro, si sente circondata da persone che se ne approfittano ed è probabile che qualcuno lo faccia davvero, ma ciò che manca è la comprensione di dove questa situazione si è generata. Cioè, dire di sì evita il rischio di deludere. Essere la persona più affidabile protegge dal timore di diventare inutili. Occuparsi del lavoro degli altri permette di essere indispensabili e prepara la persona a poter sentire una rabbia verso chi ha accettato di dipendere da noi.
Però la rabbia racconta anche qualcosa di vero: lo scambio alla fine è ingiusto. Ma, oltre a quello, la rabbia racconta anche di una difficoltà nel riconoscere quanto abbiamo partecipato alla costruzione di quello scambio.
Cioè, la stessa storia può presentarsi dalla parte completamente opposta. Altro esempio: il nostro amico manager lascia l'azienda perché la direzione interferisce continuamente con le sue decisioni. Cerca un contesto nel quale può avere maggior autonomia. E finalmente lo trova. Comincia però, senza accorgersene, a controllare i propri collaboratori e lo fa nello stesso modo che aveva vissuto come soffocante da parte della precedente direzione. Chiede iniziativa, ma corregge ogni scelta. Dice di volere persone capaci di assumersi responsabilità, di assumere un ruolo, di prendere decisioni, però interpreta il dissenso come una mancanza di lealtà. Aveva sofferto una forma di autorità. Adesso la riproduce dalla posizione di chi la esercita. La scena è cambiata, anche il ruolo è cambiato; qualcosa nella relazione con il potere, però, è rimasto incredibilmente identico.
In amore. È possibile che queste ripetizioni ci siano anche in amore? Sì, e sono forse anche più difficili da vedere, perché noi cambiamo nel tempo ed effettivamente ogni persona che incontriamo è realmente diversa dalle precedenti. Una donna esce da una relazione nella quale si sentiva trascurata. Il compagno era sfuggente, poco disponibile, incerto sul futuro. Dopo la separazione dice: «Basta. Ho capito cosa desidero: presenza, chiarezza e reciprocità».
Poi incontra effettivamente un uomo molto diverso. Un uomo affettuoso, presente, desideroso di costruire. All'inizio quella disponibilità la rassicura, le fa pensare: «Sì, ho fatto la scelta giusta». Però improvvisamente, piano piano (entrambe le cose) comincia a sentire questa presenza come una pressione. E quindi che fa? Risponde più lentamente, difende i propri spazi, guarda ai difetti dell'altro e perde interesse alla minima difficoltà o nel momento in cui riscontra nell'altro quel difetto che la fa allontanare. E ovviamente arriva a domandarsi se abbia scelto troppo in fretta.
Quindi la relazione precedente le faceva desiderare vicinanza. Quella attuale rende la vicinanza, invece, qualcosa da cui vuole prendere le distanze. Questa persona potrebbe concludere di aver incontrato ancora una volta la persona sbagliata. Potrebbe anche chiedersi che cosa accada dentro di lei quando l'amore desiderato diventa realmente disponibile. Ma spesso, seppur queste domande poi ci si ponga, è difficile che si trovi una risposta.
Un'altra persona sceglie un partner in modo molto casuale o semplicemente perché sono diversi, a suo parere, gli uni dagli altri, ma poi alla fine arriva ogni volta sempre allo stesso punto. Facciamo l'esempio di una persona che all'inizio si sente libera e desiderata, poi, quando il legame acquista importanza, cresce il timore di perderlo. Comincia a cercare segnali, interpretare le distanze, chiedere conferme. L'altro cosa fa? Si sente controllato e arretra. Però quell'arretramento aumenta l'allarme e il conflitto diventa invivibile. Quindi la relazione si restringe intorno alla paura della separazione, fino a che poi questa separazione non avviene. E alla fine resta una frase: «Mi lasciano tutti sola».
La frase contiene l'esperienza reale, certamente, di essere stati lasciati, però può contenere una storia anche molto più lunga, nella quale il timore dell'abbandono nasce molto prima rispetto alle relazioni adulte ed entra però in queste relazioni, contribuendo a dare loro una forma sbagliata. Vedere tutto questo è doloroso. Significa rinunciare, anche solo per un momento, alla chiarezza di una storia nella quale tutto dipendeva dal fatto di aver incontrato una persona giusta, diversa, nuova. Vedere significa anche recuperare, però, una parte della propria possibilità di cambiare.
Qualcosa di simile accade però anche a chi chiude sempre per primo le relazioni. Ogni volta ci sono ragioni precise: un'incompatibilità, una delusione, un bisogno rimasto senza risposta. Tutte ragioni che sicuramente possono essere fondate, prese una a una. Poi cosa succede? Arriva una nuova relazione, cambiano il carattere dell'altro, le abitudini, il modo di vivere, però inevitabilmente, quando il legame diventa più profondo, ricompare la stessa urgenza di andare via, perché lasciare per primi consente di governare la perdita. Sì, la sofferenza poi arriva comunque. Però arriva dentro una decisione che uno percepisce come propria. Si evita l'attesa della decisione dell'altro, il tempo nel quale l'altro potrebbe decidere di sceglierci o, piuttosto, di rifiutarci.
Passando a tutt'altro esempio, anche diventare genitori può riaprire scene che credevamo concluse. Un uomo ricorda un padre severo. Da ragazzo aveva sofferto il tono con cui veniva giudicato per tutto ciò che faceva. E prima di avere figli era convintissimo che avrebbe costruito un rapporto diverso con i propri figli. Poi, una sera, arriva sua figlia con un brutto voto. Lui ha avuto una giornata difficile, è preoccupato per il suo futuro, sente che lei sta prendendo la scuola con troppa leggerezza e comincia a parlarle. Però, a un certo punto, ascoltando una frase che esce dalla propria bocca, si rende conto che è esattamente quella che aveva detestato quando era bambino.
La somiglianza può stare nelle parole, può stare nel tono, nel silenzio, nello sguardo. Quell'uomo, quella donna, aveva promesso a se stesso o a se stessa che quella scena non si sarebbe mai più ripetuta. Però quella promessa riguardava la paura di sbagliare, la stessa paura che quei genitori, vissuti come severi, avevano loro stessi. E c'è, dietro tutto questo, l'idea, neanche troppo velata, che preparare un figlio alla vita richieda di renderlo più duro.
Altra storia. Una madre cresce sentendosi poco protetta e decide che suo figlio avrà sempre qualcuno dalla propria parte, quindi interviene nei conflitti, parla con le insegnanti, controlla le amicizie, cerca di offrire al proprio figlio tutto ciò che a lei è mancato. Però il figlio cosa fa? Cresce, chiede spazio. E lei avverte quella richiesta come un allontanamento, come un'ingratitudine. Ha costruito la propria maternità intorno alla presenza. Adesso cosa succede? Che l'amore le chiede di sopportare proprio quello che più odia: la distanza.
Cambiare significa anche scoprire che il contrario di ciò che abbiamo vissuto può restare legato alla stessa identica ferita che abbiamo subito. Un'altra storia ancora. Un padre assente può essere ripetuto attraverso un'altra assenza, ma può essere ripetuto anche attraverso una presenza che occupa tutto. Un'educazione rigida può tornare con regole diverse, ma pur sempre con delle regole. Può tornare nella difficoltà di porre qualunque limite, addirittura, per paura di somigliare a chi ci ha cresciuti. Insomma, tentiamo di allontanarci da una storia e continuiamo a organizzarci intorno a quella stessa storia da cui ci vogliamo allontanare.
Il lutto rende questi movimenti ancora più visibili. Davanti a una perdita c'è chi cerca immediatamente le persone e chi invece sparisce. C'è chi racconta tutto, chi diventa irraggiungibile. C'è chi si occupa degli altri, organizza, risolve e prende in carico ogni necessità pratica.
Spesso sono modi che conosciamo da molto tempo. La persona che ha imparato a essere indispensabile può attraversare il dolore sostenendo tutti. Riceve gratitudine, conserva una funzione, rimane dentro il movimento della vita propria e degli altri. Però, quando gli altri appunto riprendono le proprie giornate, può accorgersi paradossalmente che il proprio dolore è rimasto totalmente in attesa, senza nessuno che lo abbia ascoltato.
Oppure c'è chi sparisce perché può avere bisogno di silenzio. Può anche conoscere la vicinanza come qualcosa di buono, ma è anche un qualcosa che espone a delle domande, alla compassione, al rischio di dipendere proprio mentre ci si sente più fragili. La perdita attuale così incontra tutte le nostre perdite precedenti e il modo in cui abbiamo imparato ad attraversarle.
E ogni strategia ha avuto una ragione. Forse, in un certo momento, dire sempre sì ha permesso di essere riconosciuti. Controllare ha evitato di sentirsi in balia degli altri. Ritirarsi ha protetto da una delusione già conosciuta. Diventare indispensabile ha garantito un posto nelle relazioni. Fare tutto da soli ha preservato dalla vergogna e dalla paura di chiedere e ricevere un rifiuto.
Il fatto che una risposta abbia avuto senso in passato spiega perché oggi continua ad avere la propria forza. Ma, paradossalmente, spiega anche perché possa tornare una situazione simile a quelle che abbiamo già vissuto.
Il passato raramente torna con le stesse persone, negli stessi luoghi e con le stesse parole. Cambia abiti: una nuova azienda, un nuovo compagno, un figlio al posto del bambino che eravamo, una responsabilità al posto della dipendenza, una scelta libera al posto di qualcosa che prima avevamo soltanto subito. Per questo è così facile pensare ogni volta che la storia sia completamente nuova e diversa.
Eppure, a mio parere, qualcosa di nuovo esiste davvero. Anzi, forse mi verrebbe da dire quasi sempre, perché le persone attuali hanno caratteristiche proprie. Un'azienda non è vero che necessariamente ci debba sfruttare; è possibile anche che possa riconoscere il nostro valore senza chiederci di sacrificarci per dimostrarlo. Un partner può restare presente quando esprimiamo un bisogno, può attraversare un conflitto senza sottrarsi, può rispettare uno spazio senza trasformarlo in tragedia o in distanza. Un genitore può accorgersi dei nostri confini e imparare, anche tardi, a rispettarli. Un figlio può incontrare difficoltà e trovare risorse, persone, soluzioni che noi non avevamo neppure minimamente previsto.
Anche noi arriviamo nella scena con possibilità nuove. Possiamo accorgerci prima di ciò che sta accadendo. Possiamo restare dove in passato saremmo fuggiti. Possiamo porre un limite dove avremmo ceduto. Possiamo affidarci dove avremmo cercato di controllare tutto.
Guardare ciò che noi portiamo nella scena ci permette di tenere insieme quello che gli altri stanno facendo, ma soprattutto anche la posizione che tendiamo ad assumere quando incontriamo determinate condizioni.
E qui entra anche la mia esperienza. In momenti diversi della mia vita ho chiesto aiuto a persone diverse, l'ho spiegato. Mi sono rivolto, quando ero giovanissimo, a un sistemico; poi sono arrivato a Milano, mi sono rivolto a uno psicoanalista. Dopo la sua morte ho cercato altri punti di contatto con altri psicoanalisti, fino ad arrivare, grazie all'intuizione di un mio collega, addirittura a un cognitivista.
Sono tutte scuole di pensiero, le une diverse dalle altre, che però possono convivere tra loro in una possibile integrazione. Quando è che è possibile questa integrazione? Quando il modo abituale di leggere le cose che abbiamo, con una propria profondità, una propria storia, non viene vissuto come un dogma, ma come una via che accompagna lungo un percorso, lungo una strada. E altri linguaggi possono vedere ciò che i nostri modi di vivere, di essere, di pensare lasciavano sullo sfondo.
Il terapeuta, l'analista, può fare domande diverse, interrompere i collegamenti diventati automatici, costringere a guardare la stessa esperienza da un punto nel quale avevamo meno certezze. Ma poi qui si pone una domanda che credo stia attraversando la mente di alcuni di voi. E poi: è vero che le persone cambiano quando incontrano qualcuno capace di vedere la loro storia da un'altra posizione?
Forse qualche volta il primo cambiamento consiste proprio nel perdere, per un momento, per un tratto, per un pezzo, la sicurezza della spiegazione che ci siamo sempre dati. Perché le ripetizioni hanno una forza particolare. Mentre accadono, sembrano ogni volta una risposta inevitabile a ciò che sta succedendo. Ma solo dopo riconosciamo la somiglianza di alcuni aspetti.
Un altro lavoro, la stessa rabbia. Un altro amore, la stessa paura. Un altro conflitto, la stessa uscita. Una nuova famiglia e parole che arrivano da molto lontano.
Il cambiamento comincia a diventare possibile quando la somiglianza compare prima del finale già conosciuto. Cioè, quando dentro una scena ancora aperta avvertiamo la possibilità di conoscere posizioni diverse rispetto a quelle che abbiamo abitualmente abitato.
Questa era la quinta D: déjà-vu. Cambiano le persone, i luoghi e le circostanze. A volte perfino cambia il ruolo che occupiamo noi. Eppure, per un istante, riconosciamo sempre la stessa scena.
E qui, per concludere, le domande sono: che cosa appartiene alle persone che ho davanti? E che cosa invece riconosco da altre scene della mia vita? Ma io quale posizione sto tornando ad occupare in tutto questo? Oppure, che cosa faccio abitualmente quando temo di perdere un legame, una sicurezza, un riconoscimento o addirittura il controllo? E forse, secondo me, quella più importante di tutte: che cosa potrei fare diversamente prima che la storia raggiunga il finale che conosco?
ECHOS, la psicologia della vita quotidiana, un podcast di Sergio Anastasia, per dare parole e senso a ciò che ci accade.

