TESTO DELLA PUNTATA
Trascrizione integrale
La trascrizione segue il parlato registrato. Punteggiatura e piccoli passaggi sintattici sono stati adattati alla lettura.
Ci sono tre bustine di zucchero. È facile scegliere. Bianco, canna o dolcificante. Perché non è la stessa cosa per uno psicologo? Oggi abbiamo piattaforme, elenchi, profili professionali, abbiamo strumenti di ricerca sempre più sofisticati. Eppure, quando dobbiamo scegliere uno psicologo, continuiamo ad affidarci soprattutto al sistema più antico del mondo, il passaparola. Forse però, prima di domandarci chi cercare, dovremmo domandarci che cosa stiamo cercando. E perfino questa domanda ne presuppone anche un'altra. Sono davvero in grado di capire quando è il momento di chiedere aiuto a uno psicologo? Possiamo trovare la risposta migliore, quella più autorevole, più precisa, perfino quella che tutti consiglierebbero.
E sbagliare comunque strada. Succede perché cerchiamo una risposta prima ancora di aver capito quale sia la domanda. ECHOS, criteri, non consigli. Un podcast di Sergio Anastasia.
Dicevamo quindi, quando è il momento di chiedere aiuto a uno psicologo? Quasi sempre ce lo chiediamo molto tardi. Una parte di noi capisce che qualcosa si è inceppato, però un'altra parte di noi insiste. Una voce interna ci dice che passerà, basta resistere, basta che ti organizzi al meglio. Forse basta solo pensare a chi sta peggio. E intanto continuiamo a lavorare, ad amare, a occuparci dei figli, a rispettare i nostri impegni. Abituandoci però a dormire meno, a concederci meno libertà e ad arrivare a un momento in cui il piacere comincia persino a diradarsi.
Per orientarci attorno alla consapevolezza di quando sia il momento di chiedere aiuto a uno psicologo, vi propongo cinque segnali. Li chiamerò le cinque D. Le attraverseremo una alla volta, mentre parleremo di paura, di amore, di figli, di lavoro, di lutto, di conflitto e, finalmente, di cambiamento. Partiremo dai segnali che ci fanno accorgere che qualcosa sta diventando difficile da sostenere, naturalmente. Poi il discorso si complicherà. Vedremo anche come certi modi di cavarcela, dei quali siamo giustamente orgogliosi, possano cominciare a costarci molto di più di quanto ci accorgiamo.
Io sono Sergio Anastasia, sono uno psicologo, uno psicoterapeuta e uno psicoanalista. Lavoro con adolescenti, giovani, adulti e coppie. Lavoro come consulente nei contesti aziendali e nelle istituzioni. La mia professione riguarda l'ascolto delle persone che arrivano quando quello che hanno sempre fatto fino a quel momento per stare in piedi ha cominciato naturalmente a funzionare peggio.
Il titolo dell'episodio viene da una frase che mi sono sentito ripetere molto spesso. Il calzolaio va in giro con le scarpe rotte. Era evidente a chi mi voleva bene che nonostante mi occupassi dei problemi degli altri, spesso finivo col non vedere i miei. A dire il vero, io di quelle scarpe rotte proprio non me ne accorgevo. Io lavoravo, prendevo decisioni, mi occupavo delle persone e anche della mia famiglia. Visto dal di fuori e anche da dentro funzionava tutto. E alla luce delle mie competenze dichiarate potevo anche convincermi che andasse effettivamente tutto bene.
Che poi in realtà ogni tanto non lo nascondo. Il tagliando l'ho dovuto fare anch'io. Eh, magari un po' troppo tardi a dire il vero. Proverò a fare qualche esempio. Ho chiesto aiuto all'inizio della professione quando sono arrivato a Milano. Più avanti, dopo la morte del mio analista e maestro, e ancora quando la mia vita è cambiata un'altra volta dopo tanti anni. In uno di questi passaggi uno dei miei amici e colleghi più stretti, Roberto, mi ha aiutato a guardare fuori dal mio ambiente abituale. Mi ha suggerito di rivolgermi a un cognitivista.
Udite, udite: uno psicoanalista che va da un cognitivista. Ebbene sì, pur essendo io uno psicoanalista, avevo bisogno di qualcuno che vedesse le cose in modo diverso da quello con cui le guardavo io. Conoscere gli strumenti della psicologia aiuta a comprendere molte cose. Purtroppo, però, può anche offrire spiegazioni molto raffinate, utili solo per continuare a rimandare. Ahimè, è una contraddizione che conosco fin troppo bene. Il lavoro mi ha insegnato a fare una cosa. Riconoscere i passaggi di una storia e collegare ciò che accade oggi a tutto quello che è la storia più lunga della persona.
Si può dare un nome alle reazioni dell'altro anche quando sono apparentemente incomprensibili. Si può sempre capire, ma capire non è tutto. Ciò che importa più di ogni altra cosa è sapere di poter condividere, perché una spiegazione non è mai vera se non c'è qualcuno che la possa validare. Spesso, però, gli specchi in cui ci riflettiamo, i nostri familiari, il nostro partner, assomigliano di più a degli specchi distorti, un po' come quelli che si trovano nei Luna Park. Io sono convinto che la spiegazione cui giungiamo da soli, nei nostri soliloqui, spesso è la più corretta.
Tuttavia, finché non incontriamo qualcuno capace di ascoltare con noi la nostra voce, e di darle forza, di darle valore, la vita resta identica. Sappiamo perché reagiamo in un certo modo, sappiamo persino da dove vengono certe assurde convinzioni, ma, guarda un po', continuiamo sempre a fare esattamente gli stessi errori. La competenza a volte può diventare una scarpa molto elegante, che però ha la suola consumata.
Ora smetto di parlare di me e veniamo finalmente alle nostre D. Vi avevo promesso che avrei utilizzato cinque domande chiave per capire meglio quando sia arrivato quel benedetto momento di chiedere aiuto a uno psicologo.
Pensiamo a una separazione di quelle traumatiche. All'inizio è normale svegliarsi con quella persona in testa, controllare il telefono, riguardare i messaggi, provare rabbia, provare nostalgia, provare sollievo, poi di nuovo rabbia. Quando una relazione finisce, il nostro mondo deve riorganizzarsi, anche nei gesti più ordinari. Il tempo libero, gli amici, il modo di tornare a casa, persino la posizione nel proprio letto. Tante volte mi sento chiedere, è passato più di un anno, perché penso ancora a lui? Il tempo, preso da solo, dice molto poco. Una sofferenza può essere intensa e tornare ogni mattina, lasciando comunque entrare qualcosa di nuovo, qualcosa di differente.
Oppure può sembrare meno intensa e tenere la vita sempre ferma nello stesso punto. Passano i mesi e ogni incontro nuovo viene confrontato con quello precedente. Ogni momento di piacere produce un senso di colpa. Ho l'urgenza di raccontarlo proprio a quella persona che non c'è più. Il passato, in altre parole, continua ad occupare il presente, anche quando il dolore ha smesso di suonare l'heavy metal dentro la nostra testa.
Un altro esempio.
La nascita di un figlio mostra un'altra forma del tempo. Una madre, che si può sentire stanca, spaventata, attraversata da emozioni contraddittorie, è possibile che si debba confrontare con un partner che affronti difficoltà del tutto opposte. Per inciso, quanto sarebbe utile se ci fosse un manuale di istruzioni per capire che i momenti più significativi della nostra vita sono sempre accompagnati da un piccolo grande lutto. Da una fine. Da un cambiamento che può far male o può anche spaventare.
Torniamo a quella madre. La stessa scena, sia ben inteso, può essere raccontata identica per un padre. Basta invertire i ruoli. Un genitore può amare il suo bambino e desiderare comunque di rivivere la vita che aveva prima. In alcuni casi ci si può buttare sul lavoro, dirsi che occorre tenere tutto assieme. Salvo accorgersi, dopo parecchio tempo, di essersi allontanati dai propri affetti, dal proprio partner e persino da se stessi. Con la maternità il corpo cambia, il sonno si interrompe, la coppia perde le proprie abitudini e poi il tempo scorre. Alcune piccole cose trovano una forma, altre invece restano sospese e continuiamo a chiamarle, per lunghi periodi, fase.
Perché riconoscere che si sono stabilizzate ci obbligherebbe a chiederci che cosa dovremmo cambiare. Spoiler, è impossibile tornare indietro, lo sappiamo.
La parola fase è utile perché contiene una promessa, finirà. Qualche volta la promessa è fondata. Un periodo difficile effettivamente attraversa la nostra vita. In altri casi continuiamo a chiamare fase una condizione alla quale, guarda un po', abbiamo adattato tutto il resto. Abbiamo cioè cambiato il sonno, le relazioni, il nostro modo di lavorare e perfino ciò che ci aspettiamo da noi stessi e dall'altro. Siccome riusciamo a far funzionare la giornata, l'adattamento ci sembra una prova che il problema stia passando, mentre in realtà potrebbe essere solo la prova che abbiamo imparato a sopravviverci dentro.
Un altro esempio ancora.
Lo stesso problema si presenta nel lutto. Il dolore non segue un calendario. Torna in date previste, ma anche in momenti che sembrano non avere alcun rapporto con la persona perduta. Il lutto cambia forma nel tempo, può diventare rabbia, stanchezza, bisogno di raccontare, desiderio di stare soli. Il passare del tempo non scandisce quando finisce un momento e quando ne inizia un altro e soprattutto non ci dice quando tutto questo dovrebbe finire. Però una cosa la possiamo fare. Osservare cioè che cosa accade dentro tutto quel tempo che ci sembra così infinito. Per esempio, il ricordo cambia?
E mentre aspettiamo che cambi, riusciamo comunque a stare con le persone a cui teniamo e a fare le cose che ci piacciono? Possiamo provare piacere senza sentirlo come un tradimento verso la persona perduta? Il futuro riesce ancora a produrre un'immagine anche piccola di noi stessi come saremmo un domani? A volte la vita si organizza per custodire il dolore esattamente nella forma in cui è nato. Muoversi verrebbe percepito quasi come un secondo abbandono. Stare meglio potrebbe assomigliare alla perdita definitiva di chi abbiamo già perso.
La domanda sulla durata diventa allora più precisa. Da quanto tempo sto così? E che cosa è accaduto dentro di me e nella mia vita durante tutto questo tempo?
Questa era la prima D. La durata.
Le emozioni non sono sempre proporzionate alla situazione che stiamo vivendo. Se devo affrontare per esempio un intervento medico, un colloquio importante, un esame, una gara, un viaggio difficile, il corpo si prepara. Cosa succede? Che il cuore accelera, l'attenzione si restringe unicamente su quel compito e la testa comincia ad anticipare. La paura vive nel futuro. Ci permette di immaginare un pericolo prima di incontrarlo e di prepararci per cercare alternative o vie d'uscita nel caso di bisogno. La paura ci fa controllare i documenti prima di partire, ci fa studiare meglio prima di un esame.
In qualche modo ha un oggetto e ha anche un compito. L'anticipazione, tuttavia, in alcune situazioni, finisce per prendere il comando della situazione. Ciò che deve ancora accadere viene affrontato cento volte nella testa, attraverso scenari sempre diversi. E quando poi arriva il momento reale, siamo già perduti.
Qui può essere utile, secondo me, distinguere la paura dall'ansia. Nel linguaggio quotidiano ricorriamo al termine ansia per definire quasi ogni forma di agitazione. Ho l'ansia per l'esame, per il viaggio, per il colloquio, per questo o per quello. Spesso invece, a mio parere, stiamo provando una paura circoscritta anche quando abbiamo ancora bisogno di tempo per capire che cos'è che ci preoccupa per davvero. Provate a ripensare all'ultima volta in cui avete detto: «Ho l'ansia». Che cos'era accaduto prima? Spesso una brutta notizia, un'incombenza sgradevole, una PEC che arriva con la sua notifica rossa ben visibile sullo schermo.
Qualcosa non è andato come doveva. Io credo che in questi casi la paura possa non trovare il posto giusto, ma possa finire per essere trascinata dentro il resto di tutta la giornata. A quel punto, un evento qualsiasi, che interviene successivamente a quella paura iniziale, produce agitazione, mentre l'allarme era già cominciato prima, altrove.
L'ansia, nel modo in cui la sto usando qui in questa parola, riguarda piuttosto il nostro rapporto con l'incertezza o, viceversa, con la fiducia. L'ansia dice qualcosa del modo in cui siamo cresciuti, del clima affettivo che abbiamo respirato. La fiducia dipende dalle risposte ricevute quando provavamo ad esplorare e allontanarci dalle persone alle quali potevamo affidarci. Che cosa accadeva quando ci allontanavamo? C'era chi ci seguiva con lo sguardo e ci lasciava liberi di esplorare? O piuttosto, l'altra persona lasciava trasparire una propria crescente preoccupazione? L'errore poteva essere una possibilità aperta oppure si trasformava immediatamente in una colpa?
E la novità suscitava curiosità, diffidenza, entusiasmo, allarme? Queste reazioni, nell'ambiente in cui siamo vissuti, determinano come noi affrontiamo oggi le nostre paure. Quando cerchiamo di prevedere che cosa ci verrà chiesto, come reagirà il nostro corpo, se saremo capaci, che cosa penseranno gli altri di noi, stiamo cercando di prepararci anche all'eventualità che accada proprio qualcosa a cui non avevamo precedentemente pensato. Sotto questo tentativo di anticipare ogni possibilità, però, si trova una questione più profonda. Quanta fiducia abbiamo in noi stessi e negli altri quando dobbiamo affrontare ciò che non possiamo prevedere? Sia ben inteso, le esperienze passate non costruiscono un destino.
Entrano nel modo in cui interpretiamo ciò che ancora non conosciamo. Per questo una paura circoscritta può a volte trasformarsi in ansia.
Accade spesso proprio nelle cose alle quali teniamo di più. Possiamo sostenere esami con tranquillità e bloccarci davanti a una gara per la quale ci siamo preparati per anni. La preparazione atletica dovrebbe rassicurarci, però, dentro quel risultato abbiamo collocato, rinunce, aspettative, desiderio di essere riconosciuti e anche la paura di scoprire che tutto questo poi non basti. Il conflitto, allora, non riguarda solo la gara, ma soprattutto ciò che la gara è diventata per noi. Il corpo, guarda un po', reagisce a entrambi gli stimoli. Per la stessa ragione una persona può apparire sicura nelle situazioni che per altri sono rischiose, però la stessa persona può perdere quella sicurezza in un contesto molto più protetto.
Il rischio concreto e il rischio vissuto non coincidono sempre.
Se devo prendere un aereo, posso avere paura di volare. Il pericolo ha un oggetto riconoscibile, sono dentro un velivolo a migliaia di metri dal suolo. Ma l'ansia è qualcosa di differente che può cominciare altrove. Per esempio, guardiamo una persona che è abituata a controllare, a prevedere, ad assumersi le responsabilità. In aereo si siede, si affida a persone che non vede e accetta di non poter intervenire. Ovviamente questa persona conosce tutte le statistiche sulla sicurezza. Il comportamento del velivolo è regolato da procedure molto più rigorose di quelle che governano molte situazioni che affronto serenamente ogni giorno.
Eppure il mio sistema di allarme continua a dire, qui non sei tu a decidere.
Questo spiega alcune contraddizioni. Una persona può essere spericolata in moto e avere comunque paura di volare. In moto il rischio è concretamente maggiore, però questa persona tiene in mano il manubrio, decide la velocità, sceglie quando frenare: è tutto ciò a cui è abituato. In aereo, paradossalmente, dispone di una sicurezza maggiore, ma il controllo personale è quasi nullo.
Le emozioni seguono una geografia che è del tutto personale. Ci sono luoghi nei quali ci sentiamo competenti e altri nei quali torniamo improvvisamente piccoli.
Anche nelle relazioni accade qualcosa di simile. Un messaggio senza risposta può produrre un fastidio comprensibile. Dopo dieci minuti, però, il pensiero è già arrivato al rifiuto, al tradimento, all'abbandono e alla fine inevitabile della relazione. Su TikTok girano migliaia di esempi di ChatGPT che ironizza sulle analisi forensi del perché non mi ha risposto eccetera eccetera. Ma torniamo a noi.
Che cosa è successo in quei dieci minuti? Il telefono è rimasto fermo sul tavolo. Fuori, apparentemente, non è cambiato nulla. Dentro, però, si è costruita un'intera storia. Le spiegazioni ragionevoli esistono. Sarà impegnato, starà guidando, avrà il telefono silenzioso, sarà andato in palestra. Ma in quelle dannate ore, qualsiasi spiegazione perde la sua forza. Perché quel silenzio ha incontrato qualcosa che era già lì dentro di noi. Un'esperienza di rifiuto, un tradimento subito, una svalutazione sentita troppe volte. In estrema sintesi, possiamo sapere perfettamente che è una paura eccessiva e continuare, però, ad averne paura.
Possiamo essere lucidi. E anche, nello stesso momento, però, sentirci dominati.
Quando paura e ansia smettono di prepararci, ma diventano la nostra unica guida, il significato delle cose finisce per cambiare. La gara diventa il giudizio definitivo. L'aereo diventa l'esperienza di essere completamente in balia di qualcun altro. Una banale sensazione del corpo diventa l'inequivocabile segnale che annuncia la nostra fine, quando in realtà stiamo solo per perdere il controllo.
Sono sicuro che ansia e panico meriterebbero sicuramente un episodio a parte. Però, qui voglio permettermi una breve digressione su che cosa sia il panico, che è quella cosa che compare quando l'allarme cresce fino a occupare tutto il pensiero.
Definiamo il panico. Il cuore accelera, il respiro cambia, in pochi secondi il corpo sembra convinto di una cosa sola, sto per morire. In quei minuti una possibilità viene vissuta come una catastrofe già presente. I sintomi sono chiari e noti, non mi ci soffermo ora per esigenze di tempo, ma mi serve qui parlarne per osservare una questione. Nel panico c'è una paura particolare, la paura che ritorni la paura. Il pericolo, seppure non sia presente, ci dà la sensazione di poter reincontrare quella sensazione di allarme.
Esempio, una persona sale in metropolitana, l'ha presa centinaia e centinaia di volte, però quel particolare giorno sente il cuore accelerare, il respiro cambiare, le gambe diventare impossibili da governare. Ovviamente pensa che sta per morire. Scende alla fermata successiva, chiama qualcuno e torna a casa.
L'episodio in tutto dura pochi minuti. O meglio, dovrei dire, pochi interminabili minuti. La metropolitana da quel momento però cambia totalmente il suo significato. Fino al giorno prima era un mezzo di trasporto. Ora è il posto nel quale potrebbe accadere qualcosa di assurdo. Le scale, il rumore del treno, le porte che si chiudono, la distanza tra due fermate, il buio, il percorso sotterraneo. Ogni elemento diventa un segnale molto chiaro.
Infine, la persona comincia ad ascoltare il proprio corpo. Un battito più forte, un respiro irregolare, una sensazione di caldo improvviso. Inizialmente sta solo cercando di proteggersi. Peccato però che più controlla, più trova qualcosa da controllare. La paura dell'attacco può diventare più presente e più forte dell'attacco stesso.
E questa era la seconda D. Il dominio. La domanda per prendere consapevolezza del fatto che sia probabilmente arrivato il momento di chiedere aiuto a uno psicologo è quindi: quanto un'emozione riesce a trasformare il significato delle cose? Quanto questa emozione si appropria del mio futuro prima ancora che il fatto accada? Quanto questa emozione organizzi la mia vita attorno alla possibilità di un inevitabile fallimento?
Il disagio raramente produce subito un crollo visibile. Più spesso modifica la distribuzione delle nostre risorse. Mi spiego. Io credo anche sulla base della mia esperienza personale che spesso continuiamo a funzionare in gran parte della nostra vita personale e professionale, ma il prezzo spesso nascosto viene pagato altrove.
Le pratiche di consapevolezza, e penso qui soprattutto alla mindfulness, hanno aiutato molto negli ultimi decenni ad affinare molto questo sguardo. Possiamo osservare come dormiamo, come mangiamo, come pensiamo, come parliamo, come facciamo mille altre cose. La consapevolezza può essere portata anche su ciò che proviamo nel corpo, ciò che facciamo sul lavoro, come ci comportiamo con le persone che amiamo, e anche con le cose che ci danno piacere.
Se prendiamo ogni risposta separatamente, troviamo sempre delle spiegazioni ragionevoli perché una parte della nostra vita sia andata in crisi rispetto ad altre. Dormo poco perché lavoro molto, mangio male perché sono sempre di corsa, non vedo gli amici perché questo è un periodo complicato, sono irritabile perché ho tante responsabilità.
Proviamo però a mettere insieme tutte le risposte. Potremmo scoprire che, per far funzionare una parte della nostra vita, stiamo in realtà sacrificando, guarda un po', tutte le altre. Proviamo a calare queste domande nella realtà di tutti i giorni, e per farlo mi aiuterò con qualche esempio.
Pensiamo a un manager. Ha responsabilità reali, decisioni difficili da prendere in tempi sempre molto rapidi. Ha persone da guidare e risultati da garantire. Partecipa a riunioni infinite, spesso inutili, inutile negarlo. Organizza e gestisce call di tutti i tipi, controlla i numeri, viaggia, naviga costantemente con l'orologio delle scadenze puntato sulla sua testa.
Nessuno intorno a lui vede un minimo crollo. Intanto però dorme quattro ore. Il venerdì sera, anziché sentirsi pieno di energie per il fine settimana, è assalito da un vuoto, che verrebbe da dire cosmico. La domenica sera, pensa già a lunedì. Ogni richiesta familiare, amicale, affettiva, gli arriva addosso come un'invasione. Quando torna a casa non ha energie per ascoltare nessuno, dico nessuno, che gli possa parlare di cose quotidiane.
Il lavoro continua a funzionare, intendiamoci. Sapete che cosa potrebbe essere accaduto? Che il costo semplicemente si è spostato. I primi a pagare il conto non sono quelli che noi tutti vediamo. Sono il sonno, il corpo, gli amici, la pazienza e persino il desiderio. Tutte le parti prive di una scadenza. Quelle che possiamo rimandare, senza ricevere subito una contestazione scritta dal project manager.
Tuttavia l'esperienza clinica dimostra che poi il prezzo torna sempre da dove era partito. La concentrazione mano a mano si riduce e le decisioni richiedono uno sforzo sempre maggiore.
Una persona che per anni ha lavorato bene comincia a chiedersi perché non riesca più a fare ciò che ha sempre fatto. Tra l'altro spesso accade che la crisi arrivi proprio quando sono arrivati, guarda un po', i propri risultati più importanti. Da fuori la persona sembra nel momento migliore, è all'apice del proprio successo. Dentro però questa stessa persona sente di stare scomparendo, di stare perdendosi dentro le cose che ha realizzato. Conclude un progetto e subito e immediatamente pensa a quello successivo. Riceve un riconoscimento, prova un po' di sollievo per qualche minuto e poi di nuovo torna a temere di non riuscire a mantenere quel livello.
Chiamiamo tutto questo stress. Però la parola stress è diventata abbastanza larga da contenere sia una settimana pesante che una condizione che dura da mesi, anni, prima che venga riconosciuta. Utilizziamo il termine stress pure per descrivere una vita senza alcuna possibilità di recupero, a meno che non intervenga l'aiuto di un esperto.
Lo stress in realtà ha forme molto diverse le une dalle altre. C'è quello di una giornata piena, al termine della quale ovviamente desideriamo riposare. C'è una stanchezza che il riposo non raggiunge mai, dormiamo e ci svegliamo già consumati. C'è quella del fine settimana, in cui il corpo si ferma ma la mente continua a lavorare.
Nel burnout la stanchezza diventa esaurimento. Il rapporto con il lavoro cambia, ciò che aveva senso comincia a irritarci e le persone diventano problemi da gestire. Anche i compiti più semplici richiedono uno sforzo sovrumano. Continuiamo a produrre ma perdiamo progressivamente il rapporto con ciò che produciamo.
Sarebbe stato utile accorgersene prima, quando le cose avevano già smesso di andare come dovevano. E già da tempo. Già ai primi segnali che arrivavano dal partner, dal figlio, da un genitore, da un amico.
Possiamo infatti amare profondamente qualcuno, un figlio per esempio, avere pochissimo spazio per incontrarlo veramente. Possiamo occuparci di tutto ciò che gli serve a questo figlio e irritarci davanti a una richiesta molto semplice. Pensiamo al nostro rapporto con un figlio molto piccolo. Potremmo finire per proteggere questo bambino perché ogni suo rischio aggiunge ansia a un sistema già saturo. L'amore resta. Il modo in cui riusciamo a viverlo si è ristretto. Situazioni del genere mettono in crisi l'immagine che abbiamo di noi stessi perché possiamo essere padri presenti e rispondere comunque male. Possiamo sapere che nostro figlio non ha fatto nulla di grave e sentire comunque una rabbia sproporzionata.
Il disagio diventa visibile purtroppo solo quando raggiunge qualcuno o qualcosa che amiamo.
Questo passaggio è difficile da accettare proprio perché l'amore non è scomparso nel frattempo. Un padre può avere organizzato tutta la propria vita intorno alla famiglia e scoprire di non riuscire più ad ascoltare un racconto di cinque minuti. Una donna può avere desiderato a lungo la propria autonomia professionale e accorgersi alla fine che ogni richiesta del partner viene ormai vissuta come una grande rottura di palle. Per dirla con un eufemismo.
Il problema non sta nella falsità di ciò che queste persone hanno costruito. Quel lavoro conta davvero. La propria famiglia conta davvero. Il punto è il modo in cui le energie vengono distribuite e il luogo in cui il costo finisce per accumularsi. Lo stress lo vediamo anche nelle cose che ci piacciono. Se guardassimo come ci comportiamo quando una cosa ci appassiona potremmo ricavare indizi meno evidenti ma spesso più precisi.
Continuiamo a dire che amiamo leggere, cucinare, correre, vedere gli amici, andare al cinema. Sono parti vere della nostra identità. Però a un certo punto ci accorgiamo che da mesi, non da ore, non da giorni, queste passioni esistono soltanto nel racconto che facciamo a noi stessi. Il tempo ci sarebbe forse anche stato ma mancava la disponibilità interna di effettivamente farle queste cose.
E questa era la terza D. La diminuzione. E le domande per acquisire consapevolezza su quando sia il momento di chiedere aiuto sono: da quando sto così che cosa è diventato più piccolo nella mia vita? Come sono messo con il sonno, la libertà, la curiosità, la pazienza? Come sono messo con il desiderio e la capacità di stare con gli altri senza sentirmi continuamente richiesto?
Ci fermiamo qui per oggi. Nella prossima puntata il discorso si complica. Entreranno in gioco i modi con cui abbiamo imparato a proteggerci. Alcuni hanno funzionato così bene che continuiamo a usarli anche quando la situazione è cambiata. Però alla fine succede che cominciamo a ritrovarci in scene che conosciamo già, perfino con persone appena incontrate. Sigla!

